MEDICO… CURA TE STESSO!!


di Beniamino Palmieri


Nella mia qualificata professione di insegnante alla facoltà di Medicina, di Modena e Reggio Emilia, in un mondo didattico reso dagli eventi sempre più simile ad una scuola media dell’Obbligo, dove il docente diventa ultra- socraticamente precettore, bambinaio e nutrice e dove le lezioni in aula si riducono ad uno striminzito accessorio, e gli esami della facoltà sono in gran parte sostituiti da quiz, come per la patente B……
In un ospedale che si è fatto ribattezzare “Azienda” ed il rapporto tra medici, malati e ospedale viene denominato “contratto di fornitura”, dove la Direzione dell’Ospedale condiziona pesantemente ogni scelta e strategia di ricerca accademica, senza peraltro potere ostentare, credenziali culturali che ne legittimino tale ruolo, ho tentato di chiuder l’angolo prospettico che va dalla formazione del corso di laurea ai primi 30 anni di lavoro professionale.
Il medico dunque arriva, a cinquant’anni temprato dalle proprie esperienze, avendo ottemperato al meglio, per sè e per gli altri al giuramento di Ippocrate, ma……..
Proprio in questa fascia di età si accorge di non esser ne invulnerabile, ne’ immortale: è una consapevolezza sottile ed inesorabile che lo compenetra pian piano, fino a suscitare fantasmi di angosce e spettri di malattie.
Spesso il medico si sorprende tra le mani scatole di campioni medicinali oggi assai rarefatti, per non appesantire i costi strabordanti della sanità, con la tentazione di provarne qualcuno, a causa di certi sintomi……
Ma se per disgrazia si ammala chi lo cura? E come? Si è fornito di una assicurazione per le malattie, per sé per i familiari? Si è posto il problema di prevenire alcune delle malattie più comuni, onde garantirsi quella salubrità e longevità che impreziosisce negli anni il suo carisma terapeutico?
Quando volgo la mia attenzione a questi studenti quasi-medici e li vedo preoccupati di certi sintomi (un dolore toracico….non sarà mica un tumore ?; mi sento stanco e affaticato..potrebbe trattarsi leucemia?) nel momento che si affacciano al dolore, alle malattie del prossimo (la cosiddetta merce del contratto di fornitura), il mio cuore già vecchio ha un moto di tenerezza e di simpatia: il quasi medico fantastica introiettando i sintomi che scopre nel suo paziente, e per un attimo li reintepreta, introiettando il dramma di una diagnosi ancora non conclusa.
E’ questa una fase formativa della preparazione accademica, da cui il giovane uscirà vaccinato. Fino a 50 anni non si farà più molto influenzare, ma dinnanzi a qualche acciacco cronico, come un vecchio mal di schiena che tarda a passare qualche sottile tarlo di malattia maligna si insinua ancora nella sua mente…fino a prova contraria….
Un altro aspetto che mi colpisce sempre molto è la scelta della specialità post laurea, mossa spesso da concreti problemi vissuti dal neo-medico, sulla propria salute o su quella dei familiari: è il caso di molti oncologi, o specialisti di varie branche, come se l’end point della professione finale fosse un modo di scendere in prima linea, il votarsi ad una causa vissuta emotivamente e interpretata da protagonista; in altri casi, molto più banalmente la scelta è dettata da ideali economici o di riscatto sociale o da fantasie di ispirazione subconscia.
Comunque i primi contatti con la malattia segnano indelebilmente la personalità del futuro medico, che nei primi 25 anni di carriera vive spesso romanticamente la propria esperienza.
Anche sulla fase terapeutica vale la pena soffermarsi per alcune riflessioni: il medico prescrive ciò che il prontuario offre, a dispetto di campagne promozionali non regolamentate che accedono direttamente al grande pubblico con forti inneschi autoprescrittivi.
La gente è bombardata da sistematici messaggi di trattamenti alternativi su cui si sono scatenate in passato tempeste di denegazione e critiche di non-scientificità.
Ma il medico o di riflesso, a causa delle pressioni che riceve dai propri pazienti, o primariamente perché ha colto i limiti della medicina istituzionale, viene intensamente soggiogato dal fascino di questi trattamenti e spesso decide, nella fase di maturità professionale di approfondire qualcuna di queste discipline, come se il rassicurante e onorevole ruolo sociale della medicina accademica con il tempo gli si affievolisse dentro, per esser ricondotto ad una forma più olistica di interazione con la malattia o piuttosto con il malato.
I medici continuano a cercare spiegazioni e verità nel corso della loro vita, ed anche soluzioni di cura sempre più appropriate ed efficaci, specialmente dopo avere chiuso un primo bilancio clinico della medicina e delle istituzioni in cui essa è praticata.
Mi è bastato sbirciare dalla serratura di scuole di formazione post laurea di omeopatia, medicina cinese, ed altre divagazioni sul tema per constatare come molti medici con i capelli grigi, o dottoresse brizzolate, dalla chioma ai vapori di rame, affollino questi corsi di fine settimana con lo zelo ed assiduità dei neofiti: nessun medico sbarbatello che non avesse almeno 15 anni di laurea era presente alle riunioni.
Mi sono chiesto se il miraggio di guadagni più facili dalla rivitalizzata libera professione fosse l’unica molla di questa adesione all’esoterismo o se la maturità professionale inneschi crisi esistenziali cosi stridenti da imporre altre visioni della salute e delle malattie.
L’unico modo per dirimere questo atroce dubbio che in un modo o nell’altro cola a picco le mie granitiche credenziali accademico-didattiche è di porre formalmente l’antico aforisma:
MEDICO-CURA-TE-STESSO, se ci credi curati anche tu così.
Riacquista il tuo profilo di protagonista della medicina; i pazienti cercano non le Aziende, ma gli Uomini, non i Protocolli, ma le Cure e tu sei propenso a questa conversione strategica:
L’università, inviluppata tra lo abbraccio mortale delle dirigenze ospedaliere, e il soffocante amplesso degli ignavi discendenti degli antichi baroni, langue un’agonia irreversibile: non rimane che rivitalizzare una virilità ormai esausta inserendo linfe di entusiasmi nuovi, di orizzonti sconfinati di sapere, che oltre alla rigida topografia organosistemica, esalino una tassonomia orientaleggiante strettamente energetica, ergonomica e individuale, ove solo chi si ripiega sul paziente e lo studia come un trattato di natura e di vita riesce a decifrare nuovi orizzonti di dialogo diagnostico, nuovi paragrafi di cura.
La scienza che si è costruita sul rifiuto e la denigrazione del placebo, liquidandolo come mero effetto suggestivo, non ha forse compreso in realtà che la risorsa primigenia che porta alla guarigione è quella che ogni paziente porta dentro di sé, la carica autosanatrice della natura, cui basta un innesco, esogeno od endogeno, un nonnulla, per mettersi in azione; e che ogni malattia ha i sui effetti placebo perché recluta specifiche coorti di pazienti più o meno predisposti, a questo o quel tipo di patogenesi.
La medicina clinica deve vendere verità fisiopatologiche, basate sulla evidenza, ma anche offrire benessere, equilibrio, serenità, ottimismo e deve cercar cure efficaci, perbacco se le deve cercare, al di sopra di ogni sospetto di placebo: ma lungi dal denigrarlo, deve inchinarsi ossequiosa dinnanzi ad un paziente che guarisce da solo, ingerendo capsule colorate ma vuote, poiché ivi l’energia psichica ha riequilibrato più efficacemente della molecola mancante e supplita dal farmaco, una patomorfosi, ahimè compromessa.
La guarigione, è uno dei principali endpoint cui la medicina non può rinunciare, ma neppure si deve disconoscere il travaglio di una analisi estrema che renda ragione della realtà scientifica nei termini più chimici ed elettrochimici possibile e la curi con uno schematismo, che per quanto efficace rischia di esser troppo povero se sguarnito di umanità ed onestà intellettuale, o se paludato di caveat e di irreversibili condanne a chi sceglie altre strade di cura, sentite più congeniali al medico –uomo, prima ancora che al tecnocrate.
Medicina è oggi, tutto e il contrario di tutto: è genetica ultrasofisticata e virus che trasduce un gene lo integra in un nuovo genoma è cellula staminale che partorisce un cammello già adulto, con il sembiante di uomo cisposo ma è soprattutto ontologia e deontologia miscelate in armonia perfetta. Ben vengano quindi gli austeri comitati etici, ove il vescovo e il pizzicagnolo, il farmacista e il leguleio, si confrontano, (a fronte di un cospicuo versamento di ticket) verbalizzando se sia etico sperimentare un “acetil cistein pirofosfin fenicato” per la mancata decussazione del corpo calloso, e se il consenso informato dell’uso del preservativo antiaids, contenga tutti i particolari, anche più scabrosi del suo uso promiscuo, mentre i medici omeopati somministrano bellamente veleni di serpenti velenosissimi (Lachesis) piuttosto che pustole di lebbra ad adeguate diluizioni (leprosinum) in barba ai Comitati della decenza; e siano pure benvenuti i medici che provano sulla propria pelle, insieme con altri medici affetti da simili problemi i farmaci che il mese dopo faranno penetrare nel corpo dei propri pazienti in una qualsiasi delle formulazioni posologiche.
Ho incontrato dei medici che già lo hanno fatto e si sono arricchiti di questa esperienza che li ha resi più coerenti verso i loro pazienti e più sereni ma soprattutto hanno conferito credibilità a tutto il loro costrutto clinico con svariate sfumature di sensibilità durante l’autosperimentazione: i pazienti che si rivolgono a medico-cura te stesso trovano poi anche un rinnovato interesse ed una genuina disponibilità alla prevenzione e alla vita igienica e sana.
Medico cura te stesso, infatti, si da e si attiene a delle precise norme e regole di vita, in un mondo la cui deregulation vuole abolire in primis i bioritmi del cervello con conseguenze devastanti per l’individuo e per la società. Una regolare attività fisica sia essa sportiva, ma anche non competitiva, affronta in prevenzione il pesante bagaglio delle malattie del benessere ed ai pazienti va senza dubbio inculcato questo stile che nasce originariamente nella cultura di ogni medico.
Medico cura te stesso è l’ENERGIA
Ci siamo accorti, senza dubbio qualche millennio dopo la Cina che l’uomo è anche e soprattutto energia, forza vitale che si automantiene e non solo biochimica energetica, ma anche puro flusso di elettroni e di quanti ED ANCHE questa è medicina delle più rigorose.
A parte i fantasiosi nomi e i riferimenti alle energie astrali e dell’universo, a parte la somministrazione di fotocopie idriche di molecole omeopatiche cui è stato impedito perfino di intravedere da lontano il numero di Avogadro questa energia prorompe, rinata, come il grisou sprizza e sprigiona da ogni ago infisso nel meridiano giusto, sia che esso trafigga la pupilla che il centro dell’astragalo o la ghiandola pineale.
Essa rigenera, risana, riequilibra ridona gioia, umorismo, benessere e, a proposito di benessere, quando esso è troppo, è troppo, esso causa o facilita morbi e mali, i mali del secolo, malattie cardiovascolari, malattie da accumulo e metaboliche, e, a quanto pare se benessere è polluzione, mutagenesi, minore allerta immunitaria, minore capacità di riparare ai danni genetici, invecchiamento, anche il cancro.
Qui medico curatestesso può fare molto, moltissimo: scendere in prima linea e attivare meccanismi fisici e mentali di ritmo, di efficienza di salubrità, tali da influenzare l’immaginario collettivo dei suoi pazienti.
Per tale ragioni le sedi dell’ordine dei medici, al contrario di quelle degli avvocati e dei commercialisti devono pullulare di iniziative salutistiche, di avvenimenti sportivi o di benessere; e non devono essere solo la sede ove i principali sindacati di categoria si contendono il potere a colpi di liste elettorali. Esser medico vuole anche dire fornire un esempio concreto di organizzazione di stile di vita, di incontri ove la salute fisica e psichica diviene spettacolo sportivo, amenità, gioco, passatempo intelligente e formativo. E’ chiaro che questi aspetti sono già spontaneamente sviluppati dai medici come loro esigenza personale, in seno a club o famiglie o gruppi di amici, ma è anche chiaro che esiste spazio e soprattutto esistono molti medici che gradirebbero iniziative loro rivolte, in questo senso: MEDICO-CURA-TE-STESSO può supplire a carenze individuali, può consentire un arricchimento collettivo maggiore di esperienze di fitness e sport o di altre attività artistiche altrettanto valide a corroborare il prestigio e il fascino della conoscenza medica o atte a ricevere, travasate, e sublimate le esperienze preziose che ogni medico si porta dentro e che possono arricchire vicendevolmente tutti.

Il cancro è la grande sfida del terzo millennio. Il cancro grande imputato della polluzione e di un sistema di vira stravolto rispetto alle origini dell’uomo: un insopprimibile complesso di immortalità, che simile alla mela e al serpente, ci rende mortali e putrescibili.
Noi non sappiamo se siamo vittime della complessità di un sistema, troppo perfetto, il più bello e articolato sistema dello universo e se davvero qualcosa andò storto nella creazione, e per non esser simili a Dio è stato inflitto nelle nostre carni un marchio indelebile di caducità.
Il cancro, ecco un'altra realtà estremamente individuale e scarsamente raffrontabile se non attraverso grossolani arruolamenti in coorti, una realtà che sfugge alle più sofisticate difese, inclusa quella immunitaria che pure è l’ultima risorsa contro agenti estranei, anche supersegreti, come i virus.
La natura e il suo divenire, è il frutto di interazioni simbiontiche tra entità biologiche che si compenetrano ma si armonizzano e si colonizzano con vicendevole fruibilità; finchè al rompersi di questo delicato equilibrio, si scatena una malattia infettiva………ma il cancro no; esso è subdolo, latente, si estrinseca, mimetizzato tra cellule sane di un tessuto ed invade con le proprie facoltà angiogentiche il torrente linfatico ed ematico, ingannando e superando tutte le difese circolanti oltre che quelle stanziali. Ancora oggi non sappiamo decifrarne la storia, l’epigenesi, e non abbiamo alle mani armi vincenti altro che destruenti bombe biologiche, e la vecchia chirurgia riconvertita dalle tecnologie: i nervi non suonano l’allarme precoce, il cancro non esordisce nel dolore, segno che si mimetizza o che è parte del processo di evoluzione della nostra vita.
Per questo arriviamo sempre o quasi in ritardo, quando la sopravvivenza si è gia consumata, in parte nel silenzio infraclinico, quando l’asportazione chirurgica risulta comunque inadeguata per diramarsi in tutte le direzioni del male.
Del resto le campagne di prevenzione sono meccanismi complessi e indaginosi, pesanti da gestire e costosi per la cosa pubblica.
Medico-cura-te-stesso potrebbe essere il primo filtro, ancora una volta il primo esempio di autosorveglianza e di esperienza per la sorveglianza degli altri, organizzando, nel proprio gabinetto, alcune strategie dedicate ai suoi pazienti e validate prima su se stesso.
Uno screening ecografico ad esempio, dato che molti medici, anche di famiglia, possono disporne o lo usano già, di fatto, o un esame delle feci e delle urine annuale, non sembrano ipotesi così remote di gestione della diagnosi precoce dei pazienti, tenuti conto, anche che sempre nuovi e semplificati kits diagnostici sono disponibili.
Del resto, ancora per alcuni anni in attesa che dalla terra promessa (la ricerca) arrivi una risposta terapeutica efficace, la cosa più saggia è la prevenzione, ed anche la diagnosi precoce, e un giudizioso, ben dosato approccio terapeutico basato sulla EVIDENZA E SULLA LIBERTA’: due termini fino a qualche tempo fa poco conosciuti e punto RI-conosciuti tra i diritti del paziente, incluso il medico, per timore che si vociferi tra il volgo “che talvolta il re è nudo” e “la soluzione è rinviata al prossimo numero”. Anche da questa esperienza, paludato in una sempre più imbarazzante e ingombrante palandrana accademica, di stinto ermellino sono uscito, per fortuna solo culturalmente, con le ossa scricchiolanti e contuse ed emanando un fortissimo odore di eresia, e, per soprammercato, per ora ancora immune dal cancro: posso riferire di anticamere gelide,di tribunali, di giudici, di avvocati di gran giurì ordinistici e contrordinistici, di blitz orditi su un dispiegato arsenali di corpi polizieschi.
In 5 anni di contrasti laceranti si è addivenuti infine ad una più pacata visione delle cure oncologiche: certo medico-cura–te stesso avrebbe potuto offrire in questo frangente i suoi impareggiabili servizi.
Ho visto molti medici morire di cancro in questi ultimi anni e molti anche vivere: avendo riportato una stigmata indelebile di umanità e di sensibilità a beneficio del genere umano: molti di questi, hanno cercato d’istinto cure integrative, senza peraltro rinunciare alle terapie più convenzionali purchè si dimostrassero nei fatti e in tempo utili e provviste di efficacia.
I medici non si discostano quindi dal paradigma della popolazione dei loro pazienti e spesso rinnegano ogni riferimento al loro male, pur nella evidenza obiettiva della malattia. Nessun medico, neanche il più incallito specialista può esimersi dall’avere con il suo paziente affetto da cancro un rapporto profondo di umanità e solidarietà, di scienza, e di cultura filosofica ed umanistica; ed è questo l’altro endpoint della MEDICINA che mai deve venir meno: in mancanza di guarigione, un tangibile concreto sollievo e conforto in questi anno sono sorti in Italia dei bellissimi hospice per pazienti terminali, frutto di arditi concetti architettonici e di strabilianti intuizioni ingegneristiche; sono sorte,anche per fortuna, da medici di grandissima statura, contornati da volontari di pari nobiltà assistenze domiciliari ai malati stessi, un vero e proprio invisibile ospedale, oggi anche più telematico di ieri, che rende più percettibile il senso comune della vita che è proprio di tutti noi.
Medico-cura-te-stesso va in questa direzione, di ESSERCI di convalidare QUANTO DI USUFRUIBILE A SE STESSI E AI PAZIENTI, di esprimere sempre generosità e solidarietà, ponendo se stessi, come riferimento ad ogni trattamento, continuando quello sforzo di ricerca immaginativo e creativo che permette, anche nella propria piccola realtà quotidiana di portare piccoli o grandi benefici.
E’ necessario che i medici non demandino alle aziende multinazionali ed ai loro pur lodevoli ed etici profitti, tutte le soluzioni a tutti i problemi: se il medico studia una formulazione, anche galenica o magistrale, frutto della sua esperienza, e che ha riscontrato utile, egli si sentirà motivato e gratificato dal rapporto con il paziente, più di quanto non lo possa in veste di trascrittore di ricette standard eguali per tutti .

Peraltro,anche la medicina alternativa sul cancro conclamato dichiara il proprio ha fallimento: i cinesi parlano di squilibri energetici, ma non hanno armi efficaci per rintuzzarlo e normalizzare la sopravvivenza o se li hanno, non sono sufficientemente documentati e riconosciuti.
Eppure, dimenticavo che esistono anche i miracoli…..
Raramente, il cancro si arresta inspiegabilmente, e persiste per anni, quasi congelato da un messaggio di Alt la cui ontogenesi ci sfugge totalmente: Non sappiamo neppure bene il percorso di questa presunta apoptosi e controllo sulla crescita.
Teorizziamo cromogranina e linfociti killer, ma in realtà i linfociti non reggono all’impatto del cancro e sul cancro il placebo non funziona, oppure se lo fa si esprime solo sugli aspetti meramente palliativi.
Dicono che pregar fa bene e la metafisica irrompe nella medicina come una new age di fede cui si ricorre quando si è a corto di idee e di scienza: in realtà noi imbocchiamo la strada della filosofia esistenziale, delle grandi domande che ci legano al mondo e ad esso ci restituiscono per esorcizzare l’angoscia della morte e riuscire finalmente a viverla da medici e da pazienti in modo umano, che ci consenta di guardarci negli occhi senza mentirici, ma neanche senza sostituirci nelle prognosi al Padrone della Vita.
L’eutanasia può attendere, se gli anestetici generali saranno i flessibili alleati degli analgesici alle esigenze dell’agonizzante.
Il cancro è la nostra ossessione monomanaiacale: distruggere le cellule neoplastiche, fino all’ultima, fino a renderle inferiori a mille, quelle mille che non riescono più a rigenerare una popolazione d’assalto e che via via si estinguono. Noi cerchiamo risposte apopototiche e ricette di mutanti genetiche; sfoderiamo coltelli affilatissimi e sciabolate di luce laser, fibre ottiche sottilissime e aghi che danno corrente….Cosa possiamo fare di più contro il nostro destino? contrattare un po’ più in là scadenza della nostra vita.
Anche morire da vecchi non è poi quel grande affare, mentre vedi cadere lungo il cammino tanti coetanei ed anche più giovani, allunghi occhiate sempre meno casuali e più insistenti ai necrologi; e ti ripieghi nel tuo declino cerebrale che ti isola sempre di più dalle generazioni contemporanee e dalla loro deregulation morale e biologica.
Dunque, con MEDICO-CURA-TE-STESSO, riacquista la consapevolezza della tua fragilità. Percorri tutte le esperienze di scienza e coscienza che paiono vantaggiose per te e per i tuoi pazienti e soprattutto, non lasciarti sopprimere dalla burocrazia, dal budget, dai contratti di fornitura, e dalle singhiozzanti sigle che il burocratese, come l’esperanto ciclicamente ripropone:
vivi un rapporto intenso, una tensione sempre evolvente; fa che il paziente incontrandoti ti trovi sempre te stesso, un te stesso migliore, diverso poliedrico: e ciò non solo per merito dei crediti annuali obbligatori, ma per i crediti che tu sai acquisire verso la tua esperienza di vita: quei crediti che miscelano in pari grado scienza, speranza ed umanità.