Supporto Psicologico in Sala Operatoria

di Valentina Bregani


Indice dei capitoli



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Il Disorientamento


Uno dei punti di osservazione evidenziati è il senso di generale disorientamento che il giorno dell’intervento si produce. Un disorientamento dettato dal dover affrontare un evento ignoto, che produce paura. L’assenza di informazioni e la non conoscenza di cosa accadrà crea un vissuto ansiogeno e/o depressivo intenso. Questo aspetto viene bilanciato dalle domande che molte donne fanno prima dell’intervento per sapere a cosa andranno incontro, quali i passaggi che dovranno affrontare il giorno dell’intervento. Molte donne domandano nel dettaglio i passaggi che dovranno affrontare dall’arrivo in reparto al momento prima dell’ingresso in sala. Passaggi scanditi, che una volta conosciuti forse orientano. L’arrivo in reparto, gli esami di routine, l’attesa per l’interevento, la discesa in sala operatoria, i momenti che precedono l’ingresso, la preparazione della sala e l’inizio dell’intervento. Una giornata dettata dall’incontro di persone nuove, volti diversi che si alternano e la fatica a trovare un riferimento; una donna disse: “Sa dottoressa, continuo a vedere gente che va e che viene; la possibilità di parlare con lei, sedute, mi tranquillizza.” E ancora: “oh, il mio dottore!”, “il mio professore..”, “dottoressa è la voce del dottore questa?”, “dottoressa, è lei!”. Il dottore, diviene “il mio dottore”; la ricerca di un punto di riferimento proprio, che dia fiducia e supporto sembra essere un aspetto rassicurante. La notte prima dell’intervento si evidenzia una generale tendenza alla difficoltà nell’addormentamento, al risveglio precoce, all’insonnia, alla produzione di sogni intensi e peculiari. “…stanotte ho sognato una mia collega. Veniva operata, un intervento importante. Mi ha angosciata questo sogno… Domanda: Questa collega esiste nella realtà? Risposta: Si. Domanda: Nella realtà la sua collega ha dovuto realmente essere operata? Risposta: No dottoressa…”


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Condivisione e Solitudine


In termini osservazionali, una variabile interessante è il rapporto tra solitudine e condivisione. Condivisone della diagnosi: alcune donne con naturalezza hanno mostrato il loro desiderio di condividere questa parentesi importante della vita, comunicando la loro malattia e ricercando il supporto e l’aiuto delle persone affettivamente importanti. Altre donne hanno preferito vivere privatamente il momento della diagnosi, dell’elaborazione della malattia e dell’intervento. Privatezza che come tale è stata vissuta in solitudine, alcune volte con una maggiore chiusura verso il mondo, altre con attento ascolto interiore. Una solitudine che a volte viene ricercata solo al momento della diagnosi, altre volte prima dell’intervento, altre durante tutto l’iter clinico. Condivisione e solitudine da considerare come opposti di una stessa medaglia, emozioni vissute e ricercate alternativamente. Alcune donne hanno richiesto la mia presenza, ma silenziosa, altre partecipante, altre una presenza fisica, di sguardi, sensazioni, di tatto. “..dottoressa, la sua presenza anche se silenziosa mi aiuta..” in stanza: “..preferisco vivere sola questo momento.., magari dopo avrò bisogno di condividere..” intervento in anestesia locale: “..mi guarda negli occhi..?” Testimonianza: “…..Lei mi ha fatto sentire, prima che una paziente in cura, una donna costretta a dover affrontare un evento arduo, impossibile a gestirsi in solitudine. E l'aiuto necessario non poteva essere solamente professionale, ma doveva ergersi accanto ad una partecipazione di uno spessore umano talmente importante da confondersi con qualità ed esperienze personali…” Esperimenti di vicinanza e lontananza, un gioco di equilibri delicato da rispettare proprio perché il momento porta con sé un equilibrio vacillante in cui la donna ricerca adattivamente il proprio. Risulta evidente l’importanza della altrui soggettività, da rispettare e incentivare vista ”l’emergenza” che la persona si trova a vivere. Le situazioni di stress e paura fanno emergere i modi di essere di ciascuno in modo rapido, intimo, forse difensivo; modi di essere che fanno parte della storia individuale, del patrimonio culturale e generazionale di ogni “uomo”. Come tali, questi aspetti non devono essere erosi, bensì rispettati e incentivati, perché propri, individuali, funzionali perché conosciuti.


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La Protezione


Una delle ragioni collegate alla non condivisione della malattia è il senso di protezione. Alcune frasi potranno meglio chiarire quanto detto: “Dottoressa, ai miei figli non ho detto nulla..” “E’ inutile, mio marito è così, non capirebbe..” “No, non voglio farmi vedere piangere davanti agli uomini, non hanno pazienza..” “Lui è più preoccupato di me..” “Mia madre è troppo ansiosa quindi preferisco non dirle nulla. E poi la sua ansia mi farebbe agitare ancora di più..” “..con un sorriso la signora saluta il marito dicendo: ”tranquillo andrà tutto bene”; pochi istanti dopo il saluto quella stessa donna piangeva sul lettino che la portava in sala operatoria.” Un prevalere di un senso di protezione in un momento di crisi e drammaticità: un istinto primitivo, incontrollabile, automatico. Una situazione di crisi e paura. Una donna sola e intimorita. Un senso di protezione per l’altro che prevale sul senso di protezione per sé. Una protezione che forse ricalca l’accudimento materno istintivo, naturale; una madre chioccia che difende i neonati pur mettendo in pericolo se stessa. Aspetto poco importante, che non arriva alla mente razionale se non in un secondo momento; la risposta è con quella parte di cervello automatica, istintiva che non ha il tempo per ragionare sul da farsi (vedi la fuga alla vista di un serpente!). Un aspetto connesso a quello sopra descritto è la difficoltà per alcune donne di ammettere le loro sofferenze, fatiche e paure; spesso queste sono le donne che più facilmente proteggono gli altri, salvaguardando il benessere altrui ponendo meno attenzione al proprio. Riporto una parte di un colloquio con una donna alla presenza della figlia 25enne: Mamma: “..si per lungo tempo ho tenuto nascosto a mia figlia la mia malattia..” Figlia: “..si mamma, ed io non è che stavo bene per questo. Sa, io preferisco parlare, sfogarmi, piuttosto che fare finta di..oggi questo è possibile. Io non mi vergogno di piangere, se ho paura per mia mamma oggi ho la possibilità di ammetterlo e mostrarlo, attraverso la parola e non solo..” Durante tutto il colloquio quella donna ha richiesto l’appoggio della figlia, sia per i ricordi, che per un appoggio emotivo e affettivo, riscoprendo la ricchezza del cammino percorso insieme. La capacità di comunicare e parlare di paura è un altro aspetto connesso alla possibilità di condividere o di rimanere in solitudine. Non sempre è semplice saper dire che si è impaurite, terrorizzate, spaventate. Parlare di emozioni può fare paura. Considero l’aspetto della comunicazione all’altro un gesto di estrema fiducia e coraggio; ogni donna ha il suo tempo e spazio da rispettare per decidere se offrire o meno questo dono. PZ: “..Sono terrorizzata..” PZ: “..No, va tutto bene.” E ancora: “..Preferisco non parlare perché sennò avverto una forte paura di morire..” “..non penso a cosa mi sta per accadere così soffro meno..” Esistono parti di noi che preferiamo non vedere perché temute e quindi tenute lontane, celate, nascoste. Questo non significa che lo saranno per sempre: la mente ha necessità di tempo per elaborare alcuni contenuti. E’ un modo di proteggersi nel rispetto dei propri tempi e spazi.


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Ironizzazione


L’ironizzazione può essere considerata una forma di difesa; ho potuto osservare come l’utilizzo dell’ironizzazione, sia da parte dei medici, che dei pazienti, sia un aspetto comunemente messo in gioco in situazioni di emergenza. L’utilizzo di una forma di ironia schietta usata dal medico, sia nel momento prima dell’intervento, che durante lo stesso (nei casi di interventi in anestesia locale), assume paradossalmente un ruolo funzionale e di calo di tensione. E’ come se la paura fosse resa parlabile attraverso frasi forti, schiette, vere pronunciate dall’altro, “…. Quel pensiero è parlabile e da fantasma immaginario diviene dicibile e inevitabilmente ridimensionato..” L’”Altro” assume una funzione di portavoce di paure interne, temute, non pronunciate, introiettate, ma fortemente influenzanti. Alcune donne dopo una battuta ironica hanno fatto un sospiro di sollievo, come se si fossero tolte un peso. Testimonianza: “….sostenendomi nell'affrontare questa malattia in modo corretto e disincantato. Persino con un consapevole sorriso. E Le dirò che questo dettaglio non è affatto secondario nel mantenimento di una colorita determinazione a guarire…” Di fronte a situazioni di stress più o meno intenso ciascun essere umano mette in atto difese e modi di essere differenti. La diagnosi con cui la donna deve fare i conti assume una rilevanza parziale, nel senso che ogni donna vive il momento in modo soggettivo: alcune donne con tumore benigno hanno vissuto momenti di profondo dolore e riflessione vivendo la malattia come se fosse maligna; altre donne con diagnosi di tumore hanno reagito con una grinta e determinazione come se avessero una displasia o un fibroadenoma. Non possiamo omologare le reazioni umane a categorie predefinite, perché ciò farebbe perdere di vista la complessità umana e quel che di inconoscibile sempre presente.


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Investimento su di sé


“…Una signora minuta di circa 80 anni, appena mi incontra mi accoglie con una energica stretta di mano e dicendo: non mi sembra che stia capitando a me. E’ come se la protagonista di questa storia fosse un’altra donna che io vedo dal di fuori..” Un volto attento, acuto che con certezza e precisione pronunciava quelle parole. Questa donna ha atteso circa un anno prima di decidere se “svelare” quel segreto tanto intimo che solo lei conosceva. Un nodulo sentito per caso in un pomeriggio di lettura e che ha tenuto li, vicino a sé senza nulla dire per lungo tempo. Stessa vicenda capitò alla madre, che ci mise un anno a decidere se far vedere quella dura “ciste” sulla mammella. Quella madre che morì di tumore al seno, divenuto poi metastatico. Giulia si rende conto che ha ripetuto un modello passato che lei stessa aveva combattuto con forza ed energia, spingendo la madre ad un controllo medico approfondito. E parecchi anni dopo Giulia si ritrova ad intraprendere la stessa scelta: un silenzio pesante, un segreto faticoso. Cosa sta dietro questa decisone? Giulia non ha fiducia, non ha fiducia nella medicina, quella medicina che ha fatto morire la madre, ma quella medicina a cui oggi, in un stanza di ospedale, ha deciso di affidarsi. Una fatica a credere che l’altro può aiutarti e che è necessario “arrangiarsi” da soli. Una fiducia che assume poi i caratteri dell’assolutezza nella sua religione: una fede forte che ha deciso per Giulia e per la sua vita. Giulia è però in una stanza di ospedale, pronta per un intervento: ha avuto fiducia nella medicina, nel medico e ha deciso di operarsi. Durante il colloquio Giulia si mostra attenta all’ascolto, che appare ricettivo, accogliente, fiducioso e molto interrogativo, quasi a voler trovare quelle certezze “assolute” che orientano e forse tranquillizzano. Giulia insegna come l’ambivalenza sia un sentimento umano che vive in noi. La signora si fa portavoce della fatica di credere in un modello che nella sua mente ha tradito (la madre di Giulia è morta di tumore), ma che può essere rivisitato e su cui si può acquisire una nuova fiducia. Questa introduzione per collegare il titolo di questo capitolo: “l’investimento su di sé”. Meglio credere in sé stesse che affidarsi a qualche d’uno d’altro che poi può abbandonare, tradire e lasciare. Giulia ci porta questo insegnamento, ma svela anche la possibilità di avere fiducia in una relazione nuova di cambiamento. Molte donne incontrate si fanno portavoce dell’importanza di investire solo su di sè, non donando all’altro una possibilità conoscitiva, come se dovessero e potessero fare forza soltanto sulle loro potenzialità. Una sfiducia di base dettata dalla paura di non accoglimento: è meglio non investire, se il rischio è quello di perdere ciò che si ama e/o si è amato. E’ proprio la lenta e progressiva consapevolezza che la relazione di fiducia con l’altro parte dal modo in cui noi stessi siamo stati amati, coccolati ed accolti che permette di comprendere le modalità di relazione dell’adulto. Un bimbo che non è stato amato, coccolato, accolto, difficilmente riuscirà ad avere fiducia nell’altro, ad aprirsi, proprio perché l’angoscia paralizzante è quella di un abbandono doloroso e intollerabile. La presa di coscienza di questo aspetto apre la sfera al possibile, ad una relazione adulta, complessa, fatta di scambio, condivisione, amore, conflittualità, fiducia. Qui di seguito un breve passaggio: “Ho sbagliato tutto nella vita. Sono sempre stata disposta a soffrire pur di far stare bene gli altri, senza far vedere come realmente sto. Oggi questo modello mi va stretto. Ma non ho più tempo per cambiare..” La donna investe sul mondo e sulle relazioni, non mostrandosi; questo aspetto può essere letto nella chiave di una sfiducia che l’altro possa comprendere, accudire, ascoltare e aiutare. Il sé viene sovrainvestito di un potere onnipotente: per sopravvivere deve farcela da solo, senza chiedere aiuto all’altro. Alcune donne dietro una loro apparente forza nascondono una fragilità non mostrata, ma vissuta e sofferta. Amanda ha 75 anni. “…Sono una donna sola, ho due figli. Sa dottoressa sembro forte, ma in fondo sono molto fragile.”. Amanda anche nel colloquio si mostra energica, dice di essere abbastanza tranquilla, racconta come vive, cosa fa durante il giorno. Prima che esca dalla stanza domanda se posso tornare l’indomani a trovarla, mostrando una richiesta di aiuto e bisogno, anche se all’apparenza “sembrava” forte e tranquilla.


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Tempo


Parlare di tempo non è un aspetto semplice, coinvolgendo ambiti diversi e ampi. Fin dal primo momento della scoperta di una “pallina” sul proprio seno, la donna si trova a dover fare i conti con un tempo che scandisce, determina, dà le regole. Un tempo che si rincorre, un tempo che genera ansia e preoccupazione. Un tempo che non si può trascurare, perché alleato prezioso contro una malattia che “avanza”. E quindi esami, controlli, attesa di responsi. Una attesa faticosa, di ansia, di paura per quel che sarà, un tempo di elaborazione della notizia avuta. Quell’elaborazione tanto preziosa che la nostra mente cerca faticosamente di attuare per adattarsi a quella nuova realtà che la donna si trova a vivere. I momenti prima dell’intervento sono vissuti spesso con ansia connessa soprattutto all’attesa: una volta arrivato il giorno, non si riesce più ad aspettare: “vorrei essere subito addormentata, così non penso più..” oppure “non penso più a cosa mi sta per accadere, così soffro meno”. E poi l’anestesia: un tempo che è fuori dal controllo. Molte donne raccontano di temere questa perdita di controllo connessa alla anestesia generale: “dott.ssa controlli per me la situazione”, “lei è qui tutto il tempo? Si. Bene e allora tenga sotto controllo la situazione..” E ancora il tempo di attesa per l’analisi del linfonodo sentinella. Un tempo che la paziente vive dormendo, ma che l’équipe medica si trova a vivere per la paziente. Il tempo dell’attesa che genera fermento, ansia, accumulo di speranze per quella donna sdraiata sul lettino. Quello stesso tempo che la donna si trova poi a vivere in attesa del responso dall’anatomia patologica con i risultati della diagnosi, dei linfonodi eventualmente intaccati. E il risveglio: il sollievo, molto spesso un pianto liberatorio, intontimento, domande a voce bassa, un sorriso, la consapevolezza di sé, del proprio corpo, di aver ripreso il controllo. In fondo la liberazione di aver passato quel momento. Quel tempo è finito.


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Agire per non Pensare


L’azione può prendere il posto del pensiero. Fare aiuta a non pensare e l’azione può assumere la forma di un agire produttivo e soddisfacente, ma anche una forma compulsiva pur di non pensare. Il punto è quanto quell’agire lascia lo spazio anche ad una elaborazione interna di ciò che accade oppure non lo permette. Certo è che molte donne hanno raccontato di lavorare fino al “secondo” prima dell’intervento, aspetto che le ha aiutate a vivere con ansia minore l’arrivo di quel giorno tanto atteso ma tanto temuto. Allora come capire quando lavorare o fare è produttivo oppure no? La risposta sta dentro di noi. Il metro è proprio quell’equilibrio ottimale che fa stare bene, che aiuta a soffrire meno, e non a non soffrire, in un momento tanto delicato. Paura, tensione, ansia, sentimenti naturali che la donna si trova a vivere; emozioni che però necessitano uno spazio ed un tempo di elaborazione per essere pensati, ascoltati e forse digeriti. Se rimossi, agiti, e trasformati in “fare” non hanno un tempo per essere elaborati e trasformati in pensieri, parole condivisibili e elaborabili dentro di sé ed eventualmente con gli altri. L’azione può anche essere vista come una magnifica forma di espressione. Agire come forma di creatività che trova espressione: la danza, la pittura, lo psicodramma, l’arte, il teatro e tutte quelle forme di espressione corporea che “agiscono” il mondo interno. Azione diversa da quella di cui sopra: agire senza pensiero o pensare e dunque agire? O ancora agire come espressione di un pensiero inconsapevole, profondo, non ancora pensato, ma profondamente sentito? Lascio aperto questo spazio di pensiero.


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La diversità della paura


La modalità di reazione di donne a cui viene diagnosticato un tumore e donne a cui viene prospettato un intervento per displasie dubbie o fibroadenomi pone alcuni interrogativi e riflessioni. Paradossalmente le reazioni di paura più intensamente dimostrate ed espresse appartengono alle donne senza un tumore. Due donne nella stessa stanza dell’ospedale. Tutte e due lo stesso giorno sarebbero state operate. Giorgia , una donna sui quaranta, alta e magra e Bianca, una donna sui 28 anni, giovane ed intimorita. Facciamo un colloquio a tre, dove si evidenzia l’importanza e la ricchezza della condivisione e circolarità delle emozioni. Durante il colloquio è circolata molta ricchezza tra le due donne, compagne di un viaggio, insolito, intenso, colorato di emozioni diverse, che si possono condividere anche con uno sconosciuto. Molte donne hanno sottolineato la condivisione di momenti intensi con le compagne di stanza, pur senza conoscersi e svelando parti intime di sé. “… un momento di tale intensità fa cadere ogni barriera, aprendo la possibilità di condividere. Diverso da ciò che sarebbe potuto accadere nella vita di tutti i giorni..” Durante il colloquio, Giorgia mostra un volto sereno, combattivo, preoccupato, ma serenamente attento ad affrontare l’intervento. Reazioni che stupiscono, di cui ci si domanda, ma risposte reali e umane. Bianca appare impaurita; dopo diversi minuti in cui soltanto Giorgia parla, prende il coraggio di intervenire dicendo: “..io non sono coraggiosa..”, “..oggi non vorrei fare l’intervento..”, “..come fa ad essere così tranquilla lei..” Inizia un intenso scambio, dove le reciproche ansie e paure vengono condivise e scambiate. Le due donne si danno coraggio l’una con l’altra. Dico: “Oggi qui state portando le vostre paure, naturalmente differenti, ma condivisibili seppur nella diversità..” Giorgia si sente poco dopo più libera di poter parlare dei suoi timori, di ciò che l’aspetterà dopo l’intervento: le terapie mediche, il suo futuro come donna, come madre.


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Il Fantasma che cresce


Il tumore nell’immaginario comune è visto come un mostro che invade; una massa informe che cresce e che non si controlla, che circola dentro di noi. “.. dottoressa, è un mostro. E dove sarà arrivato?” “..Lui procede dentro di me, mi ha invaso..” L’aspetto dell’invasione spesso rientra dopo che la donna è stata operata. La paura dell’intervento prima, il sollievo dopo: “..ora non è più dentro di me, è stato tolto..” Il tumore come un nemico che invade, l’asportazione come la liberazione da. Il mostro viene scacciato e con esso anche molti dei vissuti depressivi e ansiogeni rientrano. L’emergenza porta con sé emozioni e vissuti di notevole intensità, Le frasi riportate suggeriscono un utilizzo della concretezza in questa fase della malattia. Il tumore assume una immagine concreta: il tumore invade, è visto come corpo che procede dentro un altro corpo. Immagini di una concretezza disarmante: come se la mente avesse il bisogno di rendere “reale” qualche cosa che è dentro, che non si vede, ma che ha i suoi effetti sul corpo, sulla mente e che deve essere “tolto”: se deve essere tolto, deve esistere come corpo, deve avere un’immagine. E allora l’immagine che viene data è quella di un “mostro”: un’immagine distruttiva, che porta con sé fantasie di morte e distruzione, ma che evidentemente serve. L’elaborazione del pensiero e della mente è successiva.


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Il Rapporto con il proprio corpo e la Femminilità


La diagnosi di tumore al seno e la successiva comunicazione della necessità di un intervento chirurgico coinvolge inevitabilmente il rapporto che la donna ha con il suo corpo e con la femminilità. Durante la discesa in sala operatoria la donna viene “spogliata” dei suoi vestiti di tutti i giorni e le viene fornita una camicia bianca. L’immagine che rimane è quella di un corpo nudo, immagine che rimanda ad una nudità non solo fisica, ma anche emotiva. Molte pazienti durante l’intervento o durante gli istanti precedenti, dicono molto di sé e molto rapidamente, come se ci fosse un’alleanza ben consolidata. Questa nudità riporta alle emozioni più intime e forse più distanti dal reale, come se crollasse quella ipotetica barriera che divide dal mondo e dalla famiglia. La donna si trova a vivere una situazione di forte dipendenza dall’altro: molte donne dicono: “..dottore sono nelle sue mani..”; “..dottore mi fido ciecamente di Lei..” Una donna che si trova “nelle mani” del chirurgo, come se la sua vita, e la sua morte, dipendessero dall’altro e non più da sé. Un’immagine di regressione che rimanda alla mamma che accudisce il suo bambino, che è “completamente nelle sue mani. L’intervento coinvolge il corpo anche in relazione alla cura/accudimento dello stesso. Molte donne hanno descritto una difficoltà a guardarsi e toccarsi il seno, sia prima che dopo l’intervento. Questo aspetto può dipendere anche dal rapporto che la donna aveva con il suo corpo prima della diagnosi e/o dell’intervento stesso. Altre donne hanno descritto una riscoperta di un corpo proprio grazie alla diagnosi, permettendo di “sentire”, “ascoltare”, “toccare” un corpo prima trascurato. Una riscoperta della femminilità e della seduttività connessa alla paura di perdere una parte di sé, portavoce di quegli aspetti femminili, seduttivi, materni e accudenti. E’ come se la paura di perdere permettesse di riscoprire l’importanza di ciò che in realtà si possiede, ma di cui non si considera il valore. Il seno, da sempre, sia a livello storico che a livello inconscio collettivo, rappresenta la femminilità ed in particolare la maternità. L’allattamento reale od immaginario è il legame che lega il figlio alla madre, e attraverso il seno si crea un rapporto indissolubile tra madre e figlio. Il seno nutre, protegge, coccola, è un simbolo di vita e crescita; un seno che rappresenta la sensualità e la sessualità, l’amore ed il corteggiamento. Asportare una parte di questo organo tanto prezioso richiama una perdita simbolica di una parte di sé e dell’essere donna, che dovrà essere elaborata ed integrata in un’immagine nuova e differente. Pensiamo al senso di mutilazione che la donna potrebbe vivere, mutilazione che come tale richiama ad una perdita. Un’idea di perdita/fine che aumenta di fronte al senso di solitudine che la donna si trova a vivere durante la malattia e l’intervento. Simbolicamente il seno che nutre, protegge, coccola e dà la vita porta con sé un’immagine di fine, di mutilazione e morte. La difficoltà ad integrare aspetti tanto discordanti appare evidente e la donna si trova a dover affrontare un lento processo di ristrutturazione ed integrazione.


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Il Freddo


Una delle sensazioni che la maggior parte delle donne, per non dire tutte, descrivono è il freddo: brividi che accompagnano spesso già prima della discesa in sala, e che si fanno più vividi nell’attesa fuori dalla sala e durante i momenti che precedono l’intervento. Questo è un ricordo che rimane vivido nella memoria delle donne anche dopo l’intervento stesso e che narrano come una delle sensazioni più spiacevoli provate. Lo stato d’ansia potrebbe essere uno dei meccanismi che porta ad un abbassamento della temperatura corporea e fa esperire quel freddo tanto ricordato; è necessario aggiungere il dato di realtà: in sala operatoria fa freddo, la temperatura deve essere necessariamente bassa, vista la sterilizzazione di tutto l’ambiente. Ma forse il vissuto legato a quel freddo rimanda a quella nudità di cui abbiamo parlato, a quel corpo nudo, disteso e spogliato dei “panni” di tutti i giorni.


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Il futuro: speranze o incertezze?


E domani cosa accadrà? Un cammino, passi ben cadenzati dove ogni giorno si affronta una nuova scommessa. Un presente che diviene e si vive, si affronta. E domani cosa accadrà? Grande importanza ha il tempo del presente, da essere vissuto e affrontato con le paure, le incertezze, ma anche con le gioie quotidiane. E’ inevitabile che si parli però anche del futuro, che porta con sé le ansie dell’incertezza e dell’ignoto, appunto del “cosa accadrà?”. Assume una importanza centrale il tempo presente, dove poter parlare anche delle angosce del futuro. La nostra mente non può pensare, sentire ed affrontare troppi stressors in un’unica volta; è importante per questo saper cadenzare il tempo degli eventi, senza fuggire in avanti o all’indietro, trascurando il tempo presente perché troppo scottante e faticoso. Il futuro può essere colmo di speranze, ma anche vivo di incertezze. La complessità della realtà ci induce a dover convivere con aspetti diversi, da integrare e coordinare. Alla logica della disgiunzione dell’aut aut, viene sostituita la logica della congiunzione dell’et et (Corbella, 2003). Ciò significa che non dobbiamo più pensare che il futuro di speranza sostituisca quello pieno di incertezza, ma bensì che i due aspetti, e molti altri, convivano in noi nella loro diversità ed opposizione: questa è la complessità del reale a cui non possiamo non fare riferimento. Alcune donne già operate hanno descritto come poco rassicurante il fatto di conoscere a cosa sarebbero andate incontro. Questa affermazione sembra contraddire la logica secondo la quale una informazione equilibrata sembri di aiuto nell’affrontare con un più chiara consapevolezza la malattia, l’intervento e la eventuale terapia. Mi riferisco nello specifico ai casi di recidiva o nuove diagnosi dove di fatto, oltre all’aspetto del conoscere ciò a cui si va incontro, subentra l’aspetto di sconforto e demoralizzazione connesso ad una nuova diagnosi di tumore. L’informazione assume quindi caratteri differenti, anche perché il tessuto emotivo su cui si iscrive è diverso. Il sapere i passi da affrontare dal momento della diagnosi a quello dell’intervento potrebbero essere vissuti, seguendo la logica delle affermazioni riportate, con ansia, demoralizzazione, stanchezza, come se tanto tutto fosse inutile. “..sono più preoccupata della volta scorsa. A cosa è servito? Sono stanca, debole, e per che cosa?..” Rabbia, delusione sfiducia, emozioni che si alternano in queste parole dette da una giovane donne di 35 anni che, appena terminata la chemioterapia per un tumore alla mammella destra, ha dovuto fare i conti con una nuova diagnosi al seno sinistro. Cosa fare? Accogliere quelle paure, quei timori giustificati, reali; un ascolto attento, partecipato, vissuto con l’altro; per far sentire che quelle paure e quelle ansie non sono soltanto sue, ma condivise, sentite. Il gruppo potrebbe essere per questo uno strumento di elezione. Avere uno spazio dove poter con-dividere (“di-vivere con”) con altre donne con la stessa diagnosi, le incertezze, le ansie, i timori, da cui l’altro può essere già passato e poter così apprendere quali modalità ha utilizzato per uscirne.


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La religione


La presenza di un punto di riferimento solido, in cui credere fermamente rassicura e orienta. Una suora mi riferì come tutto ciò che le stava accadendo fosse per volere divino: parlava con voce sottile, pacata, stemperata dall’ansia sebbene mancasse poco all’inizio dell’intervento chirurgico. Un’entità superiore che decide per l’altro, che ordina e determina: è interessante notare come la presenza di un altro da sé che decida, crei un vissuto di rassicurazione, di condivisione della responsabilità. Ho avuto la sensazione che queste donne non si sentissero sole, ma accompagnate. Mi domando allora sull’importanza di questo accompagnamento, che può assumere forme diverse, ma che sembra orientare, facendo sentire meno solo l’altro.


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Il Setting


Il setting viene più comunemente definito come la cornice in cui si iscrive la relazione medico-paziente; esso è composto dal luogo fisico, dall’arredamento, dalle persone coinvolte, dall’orario, ecc. Il setting a cui mi riferisco è caratterizzato da una relazione psicologo/psicoterapeuta – paziente, solitamente vis à vis, dove la parola è lo strumento terapeutico di elezione. I colloqui sono stati di solito condotti in stanza di degenza, vis à vis. Una seconda parte dell’intervento psicologico prevede l’accompagnamento in sala operatoria: in questi casi è probabile ci sia una vicinanza di tipo fisico ed emotivo diversa e più intensa. La paziente è sdraiata sul lettino e io sono al suo fianco. Molte donne mi hanno chiesto “la mano”, mi hanno domandato di guardarle fisse negli occhi non abbandonando lo sguardo, mi hanno chiesto di posare una mia mano sulla fronte durante l’intervento, altre hanno fatto capire l’importanza di avere un loro spazio, come se un passo in più avesse invaso uno spazio tanto privato e da rispettare. Questo induce a pensare come in sala operatoria si crei uno spazio di relazione diverso, proprio perché l’emergenza è alta e la paura intensa. Credo che l’agire e la comunicazione si costruiscano naturalmente, in base ai bisogni espressi nello specifico momento di emergenza, pur rispettando flessibilmente le regole del setting.
Per concludere viene descritto il caso di Ludovica.


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Ludovica


Ludovica è una donna di 43 anni. Bionda, capelli lunghi, abbronzata in volto; occhi dolci, vivaci e profondi; non mostra la sua età; mi sorride appena mi vede apparendo serena.
Vedo la paziente all’interno dell’Unità Operativa di Senologia. Alla signora viene fatta una diagnosi di displasia dubbia; le viene comunicato dal Primario di Chirurgia che sarebbe meglio asportare il nodulo, per poi farlo analizzare dall’anatomia patologica. La paziente verrà operata in anestesia locale. Incontro Ludovica direttamente all’ingresso della sala operatoria; per una serie di coincidenze non riesco a passare in reparto prima della discesa in sala operatoria. Il chirurgo ha già accennato a Ludovica, durante le visite precedenti, della presenza di una psicologa in sala operatoria e della facoltà di estendere l’affiancamento anche durante l’operazione. Io e Ludovica ci incontriamo all’ingresso della sala operatoria, negli istanti che precedono l’intervento; la paziente attende fuori dalla sala, sdraiata sul lettino. In quei momenti, se la paziente lo desidera, sto con lei. La prima domanda che mi porge è: “Perché una psicologa in sala operatoria?”. Rispondo spiegando il motivo della mia presenza e lei mi comunica, con le parole e non solo, che vorrebbe le stessi vicino durante l’intervento. In questi primi istanti racconta qualche aneddoto della sua vita: è sposata, lavora presso un’assicurazione ed ha 2 bambini: un maschio di 11 anni di nome Davide ed una femmina di 16 di cui non ricordo il nome. L’intervento inizia. Entro con Ludovica in sala operatoria; l’équipe prepara la sala e la paziente. Questi sono istanti sempre molto delicati, di tensione e di solitudine. Arriva il chirurgo; viene fatta l’anestesia locale. Ludovica non vuole essere sedata; è vigile e cosciente. Mi guarda fissa negli occhi, mi chiede di non lasciarla sola, di guardarla e di parlarle. Mi accorgo da subito che se sposto gli occhi per vedere come procede l’intervento, Ludovica mi dice immediatamente di non lasciarla sola. Passati i primi istanti in cui la tensione è maggiore, la signora mi racconta di suo figlio; Davide è un ragazzo portatore di sindrome di down; frequenta la 5° elementare. Parlandone, le vengono gli occhi lucidi. Racconta la grande difficoltà vissuta, insieme al marito, alla scoperta della malattia del figlio e di come abbiamo superato insieme i vari problemi che di volta in volta si proponevano loro. Parla poi della figlia che descrive come un’adolescente che sta crescendo, con le problematiche che questa fase della vita comporta. Il volto di Ludovica appare ora più disteso; ogni tanto parla con il chirurgo; alla domanda di voler vedere o meno il nodulo asportato, Ludovica risponde affermativamente, dicendo di non impressionarsi. Il medico fa vedere il nodulo, che è abbastanza grande, quindi l’operazione continua. Ludovica parla delle sue vacanze, del suo lavoro, accenna a qualche elemento della relazione con il marito e parla di lei. Si descrive come una donna ansiosa, spesso preoccupata per la salute, e timorosa per ciò che potrebbe accaderle. Detto questo la voce di Ludovica diviene più leggera; mi racconta di sua mamma, che ha perso qualche anno prima. Ludovica piange, non riesce a raccontare più nulla, se non che questo lutto e questo dolore sono in lei ancora aperti e vivi. Proprio in quel momento il chirurgo pone una domanda a Ludovica che sussurra di non voler mostrarsi piangere; trattiene il respiro e risponde al dottore. L’intervento sta per terminare; il nodulo è all’apparenza benigno; dico all’apparenza perché la diagnosi certa deve essere fatta dopo il responso dall’anatomia patologica. Ci salutiamo. Ludovica domanda se potrò andare a trovarla in reparto. Rispondo affermativamente. Il giorno seguente vado a trovare Ludovica in reparto. Entro in stanza insieme alla dottoressa che deve visitarla. Non si tratta di un vero e proprio colloquio. In camera con lei c’è anche il marito; ci presentiamo e salutiamo. Ludovica è sorridente, molto più tranquilla. I nostri sguardi si incrociano; forte la comunicazione a livello non verbale. L’incontro avviene in un luogo differente rispetto a quello precedente. C’è una maggiore distanza e tra noi. La dottoressa esce dalla stanza. Rimaniamo Ludovica, il marito, ed io. Ludovica comunica di essere più serena. Improvvisamente lei ed il marito parlano tra loro a bassa voce e, pochi istanti dopo, comunicano di trovare in me una straordinaria somiglianza con la loro figlia. Ludovica domanda se mi occupo di adolescenti. Alla domanda chiedo perché mi pone questo interrogativo e lei risponde che ha pensato ad un supporto psicologico per suo figlio Davide, descrivendo la preoccupazione sua e del marito per l’ingresso alle scuole medie del figlio, il quale potrebbe avere, secondo loro, difficoltà relazionali ed emotive. Dico a Ludovica che se ne avesse bisogno, potrei consigliare loro qualche specialista che si occupa di adolescenti. Il nostro incontro termina. Comunico alla signora la possibilità di incontrarmi anche dopo l’intervento per un supporto più a lungo termine nel caso ne sentisse il bisogno.


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Studio retrospettivo e conclusioni
di Salvo Catania


Cosa accade quando le pazienti che affrontano l’esperienza del cancro possono essere supportate dalla costante presenza di uno psicologo e cosa accade quando invece“vengono lasciate sole” ?

 Qualcosa di analogo a quello che avevo esposto in uno studio prospettico pubblicato da una prestigiosa rivista “INFLUENCE of one-and two-stage biopsy-mastectomy procedures on psychologic adaption of patients” (*).

 (*)Tumori,74:41-44, 1988

Nello studio, allo scopo di studiare l’adattamento psicologico delle donne che vanno incontro a mastectomia radicale per cancro, avevamo confrontato il consumo di farmaci su richiesta spontanea (analgesici e sedativi) nel periodo post-operatorio e l’intervallo tra l’operazione e la prima “osservazione spontanea” della ferita chirurgica, suddividendo il campione in due gruppi di pazienti operate secondo differenti procedure.

I risultati mostrarono una differenza significativa tra il primo gruppo che aveva ricevuto “una attenzione speciale” da parte del chirurgo perché la prima fase della procedura si svolgeva in anestesia locale e il secondo gruppo che invece, eseguendo in unica procedura l’intervento in anestesia generale, non poteva trarre vantaggio dalla estemporanea assistenza psicologica del chirurgo durante l’intervento.

Quando Valentina Bregani si è offerta per lo studio che ha precedentemente esposto, ho dato disposizione al personale infermieristico che oltre agli analgesici e sedativi prescritti nell’immediato post-operatorio, venissero registrate le “richieste spontanee” nelle cartelle infermieristiche dei farmaci sedativi somministrati nell’arco di tutta la degenza .

Questa rilevazione è stata prolungata anche nell’anno successivo allo studio

Confrontando i dati relativi ai 200 pazienti che hanno ricevuto un supporto psicologico durante la degenza da Valentina Bregani e i dati relativi a 200 pazienti consecutivi registrati successivamente alla chiusura dello studio si evincono risultati paragonabili a quelli dello studio del 1988, anche se gran parte degli interventi in questo studio recente si riferiscono ad interventi conservativi.

Confrontando anche i dati relativi alle giornate di degenza media , il primo gruppo che avevano avuto un supporto ha mostrato una maggiore disponibilità allo “svezzamento” precoce dalle cure istituzionali.

Ciò conferma l’importanza del supporto sia da parte del chirurgo che dello psicologo, indipendentemente dalla entità dell’intervento, conservativo o radicale.